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Il senso di Smilla per la neve

Il senso di Smilla per la neve

Il senso di Smilla per la neve è un libro di Peter Hoeg. si tratta di un giallo molto avvincente che portò immediatamente il libro ad avere un ottimo successo internazionale. Quanto è solitaria e ardua la ricerca della verità? E, soprattutto, viene inseguita per un generale senso di giustizia o più per un percorso di scoperta e crescita personale?

Questo libro vi catapulterà immediatamente nel gelo, non solo fisico ma anche relazionale, e vi costringerà a scavare per capirlo ed affrontarlo.

Riassunto il Senso di Smilla per la neve

Smilla viene dalla Groenlandia, un paese dove ci sono più di dieci modi per dire “neve”. È una donna indipendente e scontrosa, con specifiche conoscenze di glaciologia e un solo legame affettivo con un bambino, Esajas, figlio di una vicina. Quando una sera d’inverno, Esajas muore scivolando da un tetto innevato, Smilla sa che non è un incidente.

Ha visto le ultime impronte dei suoi passi, e il “senso per la neve” trasmessole dalla madre eschimese le permette di leggerle come fossero scritte. È così che comincia a investigare, frugando in un mistero che nessuno vuol riconoscere, scoprendo rapidamente che la sua azione è osteggiata, che sta sfidando la polizia e il potere di certe istituzioni legate allo sfruttamento delle risorse minerarie della Groenlandia.

Il Senso di Smilla per la neve, frasi e citazioni

In questo istante, davanti alla macchina, mi attacco a questo assurdo ricordo di gioventù, la cui dolcezza non potrò più divider con nessuno. Il brutto della morte non è che cambia il futuro. E’ che ci lascia soli con I nostril ricordi.

 

C’è gente che in questa stagione se ne va al sud. Verso il caldo. Personalmente non sono mai stata più a sud di Koge. E non ci andrò finché l’inverno nucleare non avrà raffreddato l’Europa. E’ uno di quei giorni in cui ci si potrebbe interrogare sul senso dell’esistenza e scoprire che che non ne ha.

 

Se si deve percorrere con lo sguardo un deserto o una superficie ghiacciata, si guarda in maniera diversa. Si lascia che i particolari vadano fuori fuoco a vantaggio dell’unità. Uno sguardo del genere vede un’altra realtà. Se si osserva in questo modo un volto, esso comincia a dissolversi in una mutevole serie di maschere.  

 

Crediamo che la disperazione ci bloccherà completamente, ma non lo fa, si incapsula in un punto scuro, da qualche parte dentro di noi, e costringe il resto del sistema a funzionare, a occuparsi di cose pratiche che forse non sono importanti ma che ci tengono in movimento, garantendo che in qualche modo siamo vivi.

 

Per me la solitudine è come per altri la benedizione della chiesa. È la luce della grazia. Non chiudo mai la porta alle mie spalle senza la coscienza di compiere un gesto misericordioso nei miei confronti. Cantor illustrava ai suoi allievi il concetto di infinito raccontando che c’era una volta un uomo che possedeva un albergo con un numero di stanze infinito, e l’albergo era al completo. Poi arrivò un altro ospite.

L’albergatore spostò allora l’ospite della stanza numero uno nella numero due, quello della numero due nella tre, quello della tre nella quattro, e via di seguito. Così la stanza numero uno rimase libera per il nuovo ospite. Ciò che mi piace di questa storia è che tutti coloro che vi sono coinvolti, gli ospiti e l’albergatore, considerano normalissimo compiere un numero infinito di operazioni perché un ospite possa trovare pace in una stanza tutta sua. È un grande omaggio alla solitudine.

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